Happiness
Le tre sorelle Jordan conducono vite totalmente diverse l’una dall’altra: Joy, sognatrice, fragile e indifesa, ha lasciato il compagno e il lavoro alla ricerca di un qualcosa che la faccia sentire realizzata; Helen, scrittrice di successo, ha perso la vena creativa e la fiducia nelle sue capacità; Trish, perfetta moglie/madre/donna di casa, conduce una vita senza alcuna pecca con un marito altrettanto perfetto e psicologo affermato, che nasconde però un orribile segreto. Le loro esistenze si scontreranno/intrecceranno con quelle di altri personaggi, altrettanto insicuri, fragili e disperati. Ognuno di essi, comunque, ricercherà (a suo modo) la felicità.
Pur presentandosi come una commedia, il film di Solondz non fa davvero ridere; certo l’umanità che presenta è spesso squallida ai limiti del grottesco, ma ogni personaggio porta in sé un concentrato di dolore, rabbia, solitudine e disperazione che finisce per scontrarsi con il mondo, con ogni altra persona, con i propri limiti personali. Tecnicamente e recitativamente è un film impeccabile: bella fotografia, musica che stride con ciò che viene rappresentato (spesso musichine allegre o musica classica a sottolineare momenti dolorosi o decisamente patetici), attori tutti straordinari e in parte, sceneggiatura molto stilizzata; eppure questo film riesce a colpire e a disturbare nel profondo, per le tematiche trattate, per il modo inusuale con cui vengono trattate, per la profonda umanità che traspare da ogni personaggio, anche dal peggiore di tutti.
Decisamente cult almeno tre scene: quella iniziale (Jon Lovitz da standing ovation), quella onirica (agghiacciante), quella della ‘chiacchierata finale’ tra padre e figlio (super-agghiacciante).
